Il punto di vista dell’Avv. Daniele Bordigoni: sulla riforma del contratto a tempo determinato

La riforma del contratto a tempo determinato contenuta nel disegno di legge governativo attualmente in discussione in Parlamento. In particolare: la creazione di una “zona franca” per il primo contratto a tempo determinato di durata non superiore ai sei mesi.

 
La proposta di riforma del lavoro presentata dal governo al Parlamento contiene, fra i vari punti qualificanti, all’art. 3, la modifica di alcune norme relative al contratto a tempo determinato ed in particolare la creazione di una possibile deroga, seppur limitata al primo contratto a tempo determinato di durata non superiore ai sei mesi, alla disciplina generale di cui al D.lgs. 368/2001.

Come noto, la tematica della legittima apposizione del termine al contratto di lavoro ha ricevuto, negli ultimi anni, una disciplina particolarmente rigorosa, volta a scongiurare i rischi di abuso del termine contrattuale nel rapporti di lavoro, imponendo, ai fini della legittimità del ricorso al contratto a tempo determinato, l’effettiva sussistenza di ragioni tecniche, organizzative o produttive da specificarsi, per iscritto, nel contratto di lavoro individuale.

In estrema sintesi, con la riforma apportata dal Dlgs. 368/2001, se da un lato si è abbandonato il previgente principio della tassatività delle casistiche giustificative dell’apposizione del termine contrattuale, dall’altro, si è però sancita la necessità che nel contratto venissero specificate le ragioni di natura tecnica, produttiva, sostitutiva od organizzativa, concretamente motivanti il ricorso a tale tipologia contrattuale (ancora oggi da considerarsi eccezionale rispetto all’ordinaria assunzione a tempo indeterminato). Tale specificazione non può quindi, per esempio, esaurirsi nella mera indicazione testuale di generiche “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” richiedendosi, invece, nel rispetto del principio di buona fede e lealtà (sul punto Tribunale di Milano 11 Maggio 2006, Guida lav. 06, 28, 10, nota MORDA’), l’indicazione delle specifiche esigenze che l’azienda intende soddisfare attraverso il ricorso ad un tipo di collaborazione caratterizzata da una durata temporale predeterminata.

Sul punto è appena il caso di ricordare che la giurisprudenza di legittimità, in relazione proprio agli oneri di esplicitazione formale dei motivi del ricorso al termine contrattuale ex art. 1 del Dlgs 368/2001, ha, fra l’altro, anche molto recentemente, sancito che “L'apposizione di un termine al contratto di lavoro, consentita dall'art. 1 del d.lg. n. 368/01 a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, che devono risultare specificate, a pena di inefficacia, in apposito atto scritto, impone al datore di lavoro l'onere di indicare in modo circostanziato e puntuale, al fine di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni, nonché l'immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto, le circostanze che contraddistinguono una particolare attività e che rendono conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell'ambito di un determinato contesto aziendale, la prestazione a tempo determinato, si da rendere evidente la specifica connessione fra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata a realizzare e la utilizzazione del lavoratore assunto esclusivamente nell'ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa.” (Cassazione civile, sez. lav., 11/05/2011, n. 10346, Poste it. S.p.A. c. D.M.S. e altro Diritto & Giustizia 2011 (nota PAPALEO) mentre la giurisprudenza di merito ha già ripetutamente affermato che “il datore di lavoro ha in primo luogo l'obbligo di indicare nel contratto le ragioni che giustificano l'apposizione del termine (a tal fine non essendo sufficiente far semplice riferimento alle generiche declaratorie contenute nella norma di legge)” (Tribunale di Milano, 25 Novembre 2004 Vacca c. Soc. Fidelitas ; D.L. Riv. critica dir. lav. 2005, 152 nota CHIUSOLO) ed è necessario che, sempre ai fini della legittimità dell’apposizione del termine, il datore di lavoro provi “gli eventi e le circostanze concretizzanti specifiche esigenze organizzative e produttive alle quali risulti collegabile la singola assunzione a termine” (Tribunale di Milano, 9 Ottobre 2006, Orient. Giur. Lav. 2006, 851). E’ quindi principio ormai consolidato che “le ragioni devono essere specificate e avere i connotati della strutturale temporaneità” (Tribunale di Genova , 14 Novembre 2006, Riv. Giur. Del Lav. 2007, 4, 4 693 nota OLIVIERI).

Citando un efficace commento di autorevole dottrina, dobbiamo quindi ritenere che l’onere di specificazione dei motivi di assunzione a termine sancito dal D.lgs. 368/2001 “va preso sul serio” e se dunque l’assunzione è a termine anche la causa deve essere temporanea (ANDREONI – ANGIOLINI, Lavoro a termine, processi pendenti e Corte Costituzionale, in Riv. Giur. del Lav., n. 3, 2009, p. 563).

Con la proposta governativa attualmente in discussione in Parlamento, attraverso la creazione di un comma 1-bis del D.Lgs. 368/2001, si andrebbe a derogare ai predetti requisiti di motivazione legittimanti il ricorso al termine contrattuale, nel caso di primo rapporto a tempo determinato di durata non superiore a sei mesi o di prima missione, della medesima durata massima, di un lavoratore impegnato nell’ambito di un contratto di somministrazione. Per queste particolari fattispecie, sempre la proposta di legge, prevede che tale contratto a forma “libera”, non potrà comunque essere oggetto di proroga.

In buona sostanza, ove la proposta governativa venisse approvata dal Parlamento, si assisterebbe ad una deroga profonda rispetto ai principi consolidati in tema di onere di motivazione e specificazione contrattuale delle ragioni di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo legittimanti il rapporto a tempo determinato. Deroga rilevante anche se, comunque, limitata al primo contratto a termine di durata semestrale, comunque non prorogabile.

La proposta non ha, peraltro, mancato di suscitare critiche e perplessità da parte di taluni commentatori e fra le stesse organizzazioni sindacali ( Osservazioni del sindacato CGIL depositate in sede di audizione della Commissione Lavoro del Senato della Repubblica, reperibili on line qui.

Ciò, principalmente, in ordine alla coerenza sistematica di tale disposizione rispetto al principio, di derivazione Comunitaria e recepito espressamente anche nella stessa proposta governativa, per cui “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune del rapporto”. In pratica, sostiene una parte della dottrina, l’eccezionalità del rapporto a termine verrebbe, con tale deroga, chiaramente stravolta, ammettendosi, seppur limitatamente ad un periodo di lavoro relativamente breve, la creazione di una sorta di “zona franca” nell’ambito della quale il contratto a tempo determinato potrebbe così essere utilizzato per qualsiasi attività e senza alcuna giustificazione.

Tale proposta, comportando una rottura dei principi generali, sarà sicuramente oggetto di importante dibattito non solo all’interno dell’assemblea Parlamentare ma, prevedibilmente, anche fra gli stessi operatori del diritto. Non rimane che attendere la versione definitiva del provvedimento per valutarne gli aspetti di compatibilità rispetto ai principi ordinamentali e le conseguenti criticità interpretative.
 
Daniele Bordigoni
Avvocato Giuslavorista del Foro della Spezia.

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1 Comments
  1. 23/05/2012 at 09:02
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