Impresa familiare e partecipazione agli utili: la Cassazione si pronuncia

Confermano gli Ermellini la sentenza del Tribunale di Modica che aveva affermato l’esistenza dell’impresa famigliare con conseguente diritto alla partecipazione agli utili da parte di chi aveva di fatto collaborato all’impresa stessa fornendo il proprio apporto lavorativo.

La Corte d’appello di Catania ha confermato la sentenza del Tribunale di Modica con la quale B.P. era stato condannato al pagamento in favore di C.T. della somma di Euro 147.723,32, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria, a titolo di utili dell’impresa familiare spettanti alla C.T. per il periodo dal 1984 al 1998 in relazione all’attivita’ da essa prestata nella farmacia di cui era titolare il B.P. La Corte di Cassazione concorda con il Tribunale di Modica quando afferma che le scritture private esistenti e le deposizioni testimoniali indicano l’esistenza di un’impresa famigliare.

In particolare gli Ermellini ribadiscono (cfr Cass. n. 9683/2003. Cass. n. 21966/2007) che in tema dì impresa familiare (art. 230 bis c.c.), la predeterminazione, ai sensi dell'art. 9 della legge n. 576 del 1975 (integrativo dell'art. 5 del d.P.R. n. 597 del 1973) e nella forma documentale prescritta, delle quote di partecipazione agii utili dell'impresa familiare (sia essa oggetto di una mera dichiarazione di verità o di un negozio giuridico) può risultare idonea, in difetto di prova contraria da parte del familiare imprenditore, ad assolvere mediante presunzioni l'onere - a carico del partecipante che agisca per ottenere la propria quota di utili - della dimostrazione sia della fattispecie costitutiva dell'impresa stessa che dell'entità della propria quota di partecipazione (in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato) agli utili dell'impresa.

E inoltre, con riferimento alla disciplina dell'impresa familiare, ove la ripartizione degli utili sia stata predeterminata tra le parti con atto scritto, come richiesto dalla normativa fiscale in materia (art. 3 d.l. 19 dicembre 1984 n, 853, convertito, con modificazioni, nella l. 17 febbraio 1985 n. 17), il giudice non può disattendere il valore probatorio di tale scrittura, accertando l'insussistenza dell'impresa familiare, senza motivare adeguatamente sul carattere simulato dell'atto stesso (cfr. Cass. n. 9897/2003, Cass. n. 7655/98).

Secondo gli Ermellini la Corte territoriale non si discosta dai principi affermati (e il primo motivo di doglianza del ricorrente B.P. viene rigettato).

Anche il secondo motivo è infondato perché, nella fattispecie, la misura della partecipazione agli utili dell'impresa era stata quantificata dalle parti nella quota di partecipazione indicata nelle scritture private. E inoltre, in quanto l'esistenza degli utili è stata concretamente accertata mediante consulenza tecnica d'ufficio i cui risultati non sono stati minimamente contestati dal ricorrente.

Alla luce dei principi di diritto enunciati, la sentenza impugnata - che ha motivatamente accertato l'entità della quota di partecipazione agli utili dell'impresa familiare spettante alla T. in proporzione alla qualità e quantità del lavoro prestato - non merita le censure che le sono state mosse con il secondo motivo, anche sotto il profilo del vizio di motivazione.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con la conferma della sentenza impugnata.

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