Amianto: i dirigenti aziendali sono responsabili per tutto il tempo di durata all’esposizione

Sussiste il nesso di causalità tra l'omessa adozione da parte del datore di lavoro di idonee misure di protezione e il decesso del lavoratore in conseguenza della protratta esposizione alle polveri di amianto, quando, pur non essendo possibile determinare l'esatto momento dell'insorgenza della malattia, deve ritenersi prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul tempo di latenza.

E' quanto affermato dalla sentenza n. 33311 del 27 agosto 2012 delle sezioni penali della Corte di Cassazione, che smentisce la tesi (che sinora aveva permesso a diversi incolpati di essere assolti dai reati contestati) della sufficienza dell'unica dose "killer" per far sorgere le gravi patologie conseguenti all'esposizione all'amianto, ritenendo viceversa che la molteplicità di alterazioni innestate dall'inalazione delle fibre tossiche necessita del prolungarsi dell'esposizione e da tale prolungamento dipende la durata della latenza e, quindi, della vita del lavoratore esposto.

Diversi dirigenti di una nota società operante nel settore della cantieristica navale venivano tratti in giudizio, in ragione della posizione di garanzia da loro tenuta nel corso del tempo, per rispondere dei reati di omicidio colposo, aggravato dalla violazione di norme antinfortunistiche, di alcuni operai deceduti dal giugno 1984 in poi.

In particolare, si contestava agli accusati, pur essendo nota almeno dagli anni sessanta la correlazione tra l'inalazione di polveri di amianto, il mesotelioma ed il tumore polmonare, di avere, per colpa specifica e generica, omesso: d'informare i lavoratori dei rischi e delle misure protettive da adottare; di predisporre l'impiego di idonei ed efficaci mezzi di protezione personale; di far sottoporre i dipendenti a precipuo controllo sanitario, volto a prevenire lo specifico rischio; di denunciare all'Inail l'esistenza del detto rischio; di adottare ogni idonea misura, anche organizzativa, per impedire o ridurre al massimo la dispersione delle polveri d'amianto nell'ambiente di lavoro e in quelli adiacenti; di predisporre efficiente servizio igienico-sanitario di stabilimento.

Veniva agli stessi inoltre contestato che queste condotte erano state causa dell'insorgenza di gravissimi infortuni-malattie professionali, che avevano condotto a morte, oltre ad alcuni lavoratori dipendenti, anche due mogli di questi, le quali erano venute a contatto con le polveri tossiche lavando gli indumenti da lavoro dei coniugi.

La Corte d'Appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza di primo grado, confermava la condanna di alcuni degli imputati. Rilevava che la società sin dal 1933 faceva largo uso di amianto e che, tuttavia, si constatava l'assenza di protezioni individuali significative, i contesti di promiscuità e polverosità che caratterizzavano gli ambienti di lavoro non purificati da adeguati sistemi di aspirazione, nonché l'assenza di acconce misure igienico preventive e sanitarie.

Ripresi gli studi più significativi (attraverso l'apporto degli specialisti della scienza di settore) dai quali emergeva l'estrema pericolosità per la salute dell'amianto, a dispetto della sua economicità e versatilità operativa, da svariati decenni riconosciuto causa certa, in presenza di elevata contaminazione, dell'asbestosi polmonare e, dalla metà degli anni sessanta del secolo scorso, quale causa, praticamente esclusiva di mesotelioma ed anche di carcinoma polmonare, i giudici di appello reputavano sussistere il nesso causale e la colpevole condotta omissiva e commissiva degli imputati in ragione della loro posizione di garanzia in azienda.

In ordine al primo profilo, sulla base delle risultanze istruttorie il giudice di merito, sconfessata la plausibilità della teoria della così detta "dose killer", mutuata dalle conclusioni scientifiche raggiunte dal prof. Selikoff nel 1978, privilegiandosi i risultati della vasta ricerca operata con gli studi relativi ad una fabbrica Eternit di cemento e amianto di Casale Monferrato, giungeva al convincimento che, pur potendo risultare decisiva sull'insorgenza della patologia anche solo la "dose iniziale", v'era motivo di ritenere che le esposizioni successive dovevano considerarsi perlomeno determinanti della riduzione della latenza (in genere assai lunga) e, così, della vita. In ordine al secondo profilo, il giudice giungeva al rimprovero colposo degli imputati per avere costoro omesso di assumere quelle iniziative che erano in loro potere, che avrebbero inciso positivamente sull'evoluzione delle affezioni, violando plurime norme volte a prevenire malattie professionali e infortuni sul lavoro e, non assumendo il diligente, prudente e perito atteggiamento che ciascuno di loro avrebbe dovuto tenere, quale agente modello.

Gli imputati proponevano ricorso per cassazione, che viene respinto.

Tra i numerosi motivi di censura, i ricorrenti rappresentavano che il giudice di merito aveva aderito alla teoria dell'aumento del rischio e, con ciò, aveva ritenuto provato il nesso di causalità, reputando di aver soddisfacentemente verificato l'asserto attraverso il giudizio di controfattualità. Nel far ciò aveva aderito ai risultati dello studio epidemiologico svolto sui lavoratori della fabbrica Eternit di Casale Monferrato, senza considerare che si trattava di un contesto lavorativo del tutto diverso rispetto a quello degli operai di quell'industria cantieristica, esposti in maniera minore alla sostanza tossica per intensità e durata. Inoltre, era stata del tutto omessa l'indagine sulla storia individuale dello sviluppo della malattia in ognuno dei lavoratori venuti a morte.

A tal fine la difesa degli imputati forniva uno schema dal quale si aveva modo di trarre i dati anagrafici, il tempo di esposizione durante il periodo di garanzia degli imputati, quella generale, nonché la latenza generale. I dati in parola, sottoposti a vaglio critico, avrebbero consentito di affermare che nella prevalenza dei casi la latenza complessiva era stata superiore della media statistica; che ciò aveva consentito a sei delle persone offese di raggiungere la soglia della vita media; che, anche in considerazione dell'entità delle fibre disperse, non si erano registrati casi di asbestosi; che per i lavoratori raggiunti da morte prima della soglia della vita media emergevano pregresse esperienze lavorative a contatto con l'amianto. In definitiva, non solo gli imputati avevano fatto quanto in loro potere per ridurre il rischio, ma, qualsiasi fosse stata la loro condotta, l'evento si sarebbe verificato in ogni caso. In altri termini, doveva escludersi che dal dibattito tra gli esperti sentiti nel corso dell'istruttoria fosse emersa la certezza che, dopo la prima fatale esposizione alla sostanza nociva o, in ogni caso, dopo l'instaurarsi della patologia, le esposizioni successive potessero avere influenza. 

Secondo un'altra prospettazione difensiva soltanto pochi soggetti (e l'Inail e le Aziende sanitarie non erano tra questi), alla metà degli anni sessanta del secolo scorso, avevano una qualche consapevolezza in ordine al rischio oncologico derivante dall'uso dell'amianto e non solo quello conosciuto dell'asbestosi, per cui nessun rimprovero poteva muoversi ai soggetti tenuti alla garanzia, ai quali non potevano chiedersi conoscenze estranee "ad applicazioni tecnologiche generalmente praticate e ad accorgimenti organizzativi altrettanto generalmente acquisiti". D'altra parte, come chiarito da un consulente di parte, all'epoca non esistevano sistemi di filtraggio tali da impedire la diffusione nell'aria delle fibre ultrafini e, pertanto, il rischio non era prevedibile.

Come detto, la Suprema Corte respinge i ricorsi e condanna altresì gli imputati al risarcimento dei danni alle costituite parti civili Inail e Regione Veneto.

Sulla base degli svolti accertamenti i lavoratori, almeno sino all'anno 1987, erano stati posti a contatto di concentrazioni di fibre d'amianto superiori al limite di due fibre per millilitro d'aria.

Anche ove la detta soglia non fosse stata raggiunta, il titolare della posizione di garanzia non poteva dirsi esonerato da ogni possibile ulteriore attività di prevenzione, stante che il limite in parola costituiva solo una mera soglia d'allarme (Cass. n. 38891/2010).

In merito alla attendibilità di detta stima quantitativa la Corte riassume alcune situazioni di fatto provate attraverso i testimoni: la malta d'amianto importava rilevante diffusione di fibre nell'aria (spostamento, svuotamento dei sacchi, ecc.); l'attività lavorativa si svolgeva in condizioni di promiscuità in locali angusti, specie quando i lavori si facevano frenetici per rispettare i tempi di consegna del natante, che mettevano a contatto con le microfibre tossiche tutti coloro che prendevano parte alle attività, pur se, in astratto, estranei alle operazioni più rischiose; l'assenza di qualsivoglia, pur rudimentale, protezione individuale (maschere, indumenti usa e getta, aspiratori, ecc.) o sistema di abbattimento delle polveri (macchine ispiratrici e idranti da utilizzare per bagnare i materiali); il diffuso uso dell'amianto persino a scopo protettivo (mantelle ignifughe e pannelli di protezione dal calore delle saldature); fino alla metà degli anni ottanta del secolo scorso i materiali composti di fibra d'amianto venivano regolarmente segati, lacerati, forati e tagliati, senza l'approntamento di cautela di sorta; dai registri aziendali era emerso che anche negli anni novanta, a ridosso del divieto legale, si continuò ad utilizzare il detto materiale, non foss'altro per un rapido consumo dello stesso.

La Corte, quindi, osserva che non assume rilievo decisivo l'individuazione dell'esatto momento d'insorgenza della patologia (Cass. n. 22165/2008), dovendosi reputare prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul suo tempo di latenza.

Correttamente, la sentenza impugnata ha chiarito il modo in cui da una conclusione scientificamente non contestabile di uno studioso (Irving Selikoff) si era giunti a elaborare l'inaccettabile tesi secondo la quale, poiché l'insorgenza della patologia oncologica era causata anche dalla sola iniziale esposizione (c.d. "trigger dose" o "dose killer"), tutte le esposizioni successive, pur in presenza di concentrazioni anche elevatissima di fibre cancerogene, dovevano reputarsi ininfluenti. 

Trattasi - rileva la Corte - di una vera e propria distorsione dell'intuizione del Selikoff, il quale aveva voluto solo mettere in guardia sulla pericolosità del contatto con le fibre d'amianto, potendo l'alterazione patologica essere stimolata anche solo da brevi contatti e in presenza di percentuali di dispersione nell'aria modeste. Non già che si fosse in presenza, vera e propria anomalia mai registrata nello studio delle affezioni oncologiche, di un processo cancerogeno indipendente dalla durata e intensità dell'esposizione. 

Ciò ha trovato puntuale conferma nelle risultanze peritali alle quali il giudice di merito ha ampiamente attinto. Infatti, la molteplicità di alterazioni innestate dall'inalazione delle fibre tossiche necessita del prolungarsi dell'esposizione e da tale prolungamento dipende la durata della latenza e, in definitiva della vita, essendo ovvio che a configurare il delitto di omicidio è bastevole l'accelerazione della fine della vita. Pertanto, di nessun significato risulta l'affermazione che alcune delle vittime era deceduta in età avanzata. La morte, infatti, costituisce limite certo della vita e a venir punita è la sua ingiusta anticipazione per opera di terzi, sia la stessa dolosa, che colposa. 

La sentenza in rassegna trova un precedente sul punto dell'accertamento del sorgere della patologia nella sentenza n. 5117/2008 delle sezioni penali della Cassazione, la quale ha ritenuto irrilevante la circostanza che non era possibile accertare il meccanismo preciso di maturazione della patologia, contrariamente a quanto avevano invece stabilito i giudici di primo e secondo grado. Infatti, questi avevano assolto dal delitto di omicidio colposo i direttori di uno stabilimento cantieristico anche se sussisteva la certezza che la morte di un operaio era collegata casualmente con la malattia professionale.

Come detto, la Cassazione, annullando con rinvio la sentenza di merito, ha ribadito il principio della irrilevanza dell'impossibilità di accertare con precisione il periodo di maturazione della patologia quando è accertato il nesso eziologico.

In precedenza, peraltro, la giurisprudenza di legittimità si era espressa, in via generale, nel senso che il nesso di causalità deve infatti ritenersi provato non solo quando (caso assai improbabile) venga accertata compiutamente la concatenazione causale che ha dato luogo all'evento ma, altresì, in tutti quei casi nei quali, pur non essendo compiutamente descritto o accertato il complessivo succedersi di tale meccanismo, l'evento sia comunque riconducibile alla condotta colposa dell'agente sia pure con condotte alternative; e purché sia possibile escludere l'efficienza causale di diversi meccanismi eziologici (Cass. pen. n. 2650/1990).

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