31/01/2013 – Timbrare il cartellino del collega

 

Non c’è falso né sostituzione di persona nel timbrare il cartellino del collega.

 

La condotta di chi fa riportare sul cartellino marcatempo nella sua dotazione la presenza, non corrispondente alla realtà, sul proprio posto di lavoro, producendo effetti solo nell'ambito della sfera relativa al rapporto di diritto privato tra il dipendente ed il suo datore di lavoro, non è idonea ad integrare il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art. 479 c.p.), né integra il reato di sostituzione di persona (art. 494 c.p.), difettando l'attribuzione al soggetto attivo e la conseguente rappresentazione nei confronti dei terzi, allo scopo di indurli in errore per far conseguire a sé o ad altri un vantaggio ovvero per arrecare ad altri un danno, di connotati che, pur non appartenendogli, appaiono idonei a definirlo come una persona diversa da quella che egli effettivamente è ovvero rivestito di uno stato o dotato di una qualità a cui la legge riconnette effetti giuridici, che egli in realtà non possiede.

Di Alessio Scarcella - Magistrato presso il Ministero della Giustizia – Capo dell’Ufficio per il Coordinamento dell’Attività Internazionale.

Inedita la questione affrontata dalla Corte di Cassazione con la sentenza in esame, relativa alla possibilità o meno di qualificare giuridicamente come reato di sostituzione di persona la condotta del dipendente pubblico che, fraudolentemente, nell’ambito dei purtroppo consueti (ma illeciti) “scambi di favore” tra colleghi, si presti a timbrare il cartellino delle presenze del collega, così da farlo apparire come regolarmente presente in servizio. La Corte, nel respingere il ricorso del Procuratore della Repubblica contro la sentenza di proscioglimento per il reato di falsità ideologica ex art. 479 c.p., ha escluso che in tale condotta siano ravvisabili gli estremi del reato di cui all’art. 494 c.p., lasciando, tuttavia, intendere che ciò non significa considerare priva di rilevanza penale tale condotta, che potrebbe astrattamente essere ricondotta al paradigma normativo della truffa aggravata ai danni dello Stato (640, comma 2, n. 1, c.p.), ricorrendone le condizioni di legge.

Il fatto.

La vicenda processuale che ha fornito l’occasione alla Corte per occuparsi della questione, come anticipato, segue alla sentenza con cui il giudice per le indagini preliminari, in sede di udienza preliminare, aveva dichiarato non luogo a procedere, ai sensi dell'art. 425 c.p.p., nei confronti di due dipendenti pubblici, imputati del reato di falsità ideologica in atti pubblici, per avere il primo, agendo su istigazione del secondo, e, quindi, agendo in concorso tra loro, passando alla timbratura il tesserino magnetico appartenente al collega assente, attestato falsamente la presenza di quest’ultimo, mentre il suo ingresso alla sede di lavoro veniva accertato successivamente nel corso della stessa mattina.

Il giudice aveva prosciolti ambedue gli imputati sul presupposto che, nel caso in esame, difettava un elemento essenziale della fattispecie di "falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici", e, precisamente, la natura pubblica dell'atto compiuto dal pubblico ufficiale, in quanto la condotta di chi fa riportare sul cartellino marcatempo nella sua dotazione la presenza, non corrispondente alla realtà, sul proprio posto di lavoro, produce effetti solo nell'ambito della sfera relativa al rapporto di diritto privato tra il dipendente ed il suo datore di lavoro, "essendo la falsa attestazione rilevante essenzialmente per l'esatto computo della retribuzione, senza che in qualche momento trovi manifestazione il pubblico servizio".

Il ricorso.

Contro la sentenza di non luogo a procedere, proponeva ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica, evidenziando come, pur dovendosi ammettere l'impossibilità di configurare nel caso in esame la sussistenza del delitto di cui all'art. 479, c.p., non avendo i cartellini marcatempo la natura di "atto pubblico", come affermato dalla sentenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, 11 aprile 2006, n. 15983, richiamata anche dal giudice per le indagini preliminari, nondimeno la condotta degli imputati, essendosi concretizzata in una immutatio veri, cioè in una falsa rappresentazione della realtà, nei sensi in precedenza indicati, dovesse comunque essere ricondotta al paradigma normativo di cui all'art. 494, c.p., sottolineandone la dimensione di norma di chiusura del sistema sanzionatorio penale in materia di falso, sotto la cui operatività ricadono tutti i comportamenti illeciti che non sono altrimenti qualificabili in termini di reati contro la fede pubblica, come si deduce agevolmente dall'inciso contenuto nella parte finale del testo di tale disposizione normativa: "se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica".

La decisione della Cassazione.

La pur suggestiva tesi della Pubblica Accusa non ha avuto fortuna nella valutazione dei Supremi Giudici, che hanno, infatti, respinto il ricorso del P.M.

Osserva, sul punto, la Corte come la condotta sanzionata dal menzionato art. 494, c.p., come è noto, è quella di chi, "al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all'altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici".

Si tratta, come è stato osservato dalla dottrina, di un reato a forma vincolata commissiva, avente, secondo la giurisprudenza di legittimità, natura plurioffensiva, essendo preordinato non solo alla tutela del pubblico interesse sotteso alla genuinità ed alla affidabilità dei rapporti interpersonali, ma anche di quelli del soggetto privato nella sfera giuridica del quale l'atto sia destinato ad incidere concretamente (cfr. Cass., sez. V, 27 marzo 2009, n. 21574, in Ced Cass. n. 243884), in cui l'elemento materiale consiste in una pluralità di condotte tipiche fra esse alternative, tutte, però, contraddistinte da un elemento comune: l'attribuzione al soggetto attivo e la conseguente rappresentazione nei confronti dei terzi, allo scopo di indurli in errore per far conseguire a sé o ad altri un vantaggio ovvero per arrecare ad altri un danno, di connotati che, pur non appartenendogli, appaiono idonei a definirlo come una persona diversa da quella che egli effettivamente è ovvero rivestito di uno stato o dotato di una qualità a cui la legge riconnette effetti giuridici, che egli in realtà non possiede.

Gli Ermellini, dopo aver operato una sintetica rassegna dei casi in cui tale reato è stato ravvisato nella giurisprudenza di legittimità (v., a titolo esemplificativo: a) nel caso di attribuzione a sé di un falso nome di persona immaginaria; b) nella condotta di colui che crei ed utilizzi un "account" ed una casella di posta elettronica servendosi dei dati anagrafici di un diverso soggetto, inconsapevole, con il fine di far ricadere su quest'ultimo l'inadempimento delle obbligazioni conseguenti all'avvenuto acquisto di beni mediante la partecipazione ad aste in rete; c) nella falsa rappresentazione della qualità di dipendente con rapporto di lavoro a tempo indeterminato in quanto la legge attribuisce a tale rapporto determinati effetti, tra cui il diritto alla retribuzione; d) nella falsa attribuzione della qualità di sacerdote, in quanto l'ordinamento riconosce alla qualità di ministro di culto effetti civili ed amministrativi), sottolinea invece come, nel caso in esame, tale elemento caratterizzante non ricorre, in quanto in nessun momento il collega compiacente si è sostituito alla persona del collega assente, attribuendosi i dati identificativi di quest'ultimo e presentandosi all'esterno come se fosse il suo collega; egli ha effettuato, infatti, una doppia vidimazione, marcando, oltre alla propria scheda magnetica, anche quella del coimputato, agendo, in definitiva, come una longa manus di quest'ultimo.

In tal modo – ad avviso degli Ermellini - il soggetto passivo del reato, vale a dire l'amministrazione da cui dipendono ambedue gli imputati, attraverso il meccanismo di rilevazione elettronica delle presenze, è sì caduta in errore circa l'effettiva presenza del dipendente (il cui cartellino è stato marcato dal collega compiacente) sul luogo di lavoro, ma non per avere attribuito al dipendente prestatosi a eseguire la marcatura in vece del collega, in virtù del suo sostituirsi a quest’ultimo, le sue connotazioni personali, quanto piuttosto in conseguenza di un artifizio, cioè della simulazione di una circostanza di fatto inesistente, posto in essere dai due imputati, attraverso l'utilizzazione da parte del primo della scheda magnetica del secondo, di cui, tuttavia, non assumeva l'identità.

Ciò, tuttavia, ammonisce la Cassazione, non significa considerare priva di rilevanza penale tale condotta, che potrebbe astrattamente essere ricondotta al paradigma normativo della truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640, comma 2, n. 1, c.p.), ricorrendone le condizioni di legge.

I furbi sono avvisati.

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