19/06/2013 – Licenziamento del dirigente

Licenziamento del dirigente e nozione di giustificatezza 


La Corte di Cassazione e' stata chiamata a decidere in ordine ad una vertenza coinvolgente un dirigente licenziato dalla propria società datrice di lavoro. Respinte le pretese del... dirigente, i Giudici articolano il contenuto della sentenza dibattendo, in particolare, dei profili di giustificatezza del licenziamento del dirigente e di natura risarcitoria.

La vicenda riguarda un dirigente che chiede la condanna della societa’ datrice di lavoro al pagamento: dell’indennita’ suppletiva in conseguenza dell’ingiustificato licenziamento; del risarcimento del danno per il subito demansionamento; delle differenze retributive relative alla omessa inclusione nel calcolo degli istituti di retribuzione indiretta e del TFR nella retribuzione corrisposta fuori busta paga; della retribuzione per il periodo di astensione da lavoro per malattia.

Rilevano gli Ermellini che è principio consolidato nella giurisprudenza della Corte di Cassazione che ove vengano dedotte esigenze di riassetto organizzativo finalizzato ad una piu’ economica gestione dell’azienda - la cui scelta imprenditoriale e’ insindacabile nei suoi profili di congruita’ e opportunita’ - puo’ considerarsi licenziamento ingiustificato del dirigente, cui la contrattazione collettiva collega il diritto all’indennita’ supplementare in ipotesi non definite dai principi di correttezza e buona fede, solo quello non sorretto da alcun motivo (e che, quindi, sia meramente arbitrario) ovvero sorretto da un motivo che si dimostri pretestuoso e quindi non corrispondente alla realta’, di talche’ la sua ragione debba essere rinvenuta unicamente nell’intento di liberarsi della persona del dirigente e non in quello di perseguire il legittimo esercizio del potere riservato all’imprenditore (per tutte V. Cass. 26 luglio 2006 n. 17013 e Cass. 22 ottobre 2010 n. 21748).

Inoltre, i Giudici richiamano la nozione di giustificatezza del licenziamento del dirigente che, per la particolare configurazione del rapporto di lavoro dirigenziale, non si identifica con quella di giusta causa o giustificato motivo L. n. 604 del 1966, ex art. 1. Ne consegue che fatti o condotte non integranti una giusta causa o un giustificato motivo di licenziamento con riguardo ai generali rapporti di lavoro subordinato ben possono giustificare il licenziamento, per cui, ai fini della giustificatezza del medesimo, puo’ rilevare qualsiasi motivo, purche’ apprezzabile sul piano del diritto, idoneo a turbare il legame di fiducia con il datore, nel cui ambito rientra l’ampiezza dei poteri attribuiti al dirigente.

E, aggiungono i Giudici, è giurisprudenza consolidata dei medesimi che in tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale; non si puo’ prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio dell’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalita’ nel mondo esterno. 

Il pregiudizio non è conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicche’ non e’ sufficiente dimostrare la mera potenzialita’ lesiva della condotta datoriale: incombe sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c., del danno e del nesso di causalita’ con l’inadempimento datoriale (per tutte Cfr. Cass. 17 settembre 2010 n. 19785 e Cass. 19 dicembre 2008 n. 29832 nonche’ Cass. S.U. 11 novembre 2008 n. 26972).

Analizzati questi (ad altri profili che qui si omettono), i Giudici concludono per respingere il ricorso presentato dal lavoratore in Cassazione contro la sentenza emessa in Corte di Appello che aveva visto negate le sue pretese.

About the Author

studio-acerbi