Cessione di ramo d’azienda in perdita: effetti sui rapporti di lavoro trasferiti

E' lecita la cessione di ramo di azienda, non più produttiva e destinata a successiva chiusura, non ravvisandosi l'esistenza di particolari divieti contenuti ...in norme di garanzia dei lavoratori. Resta infatti pur sempre a discrezione del proprietario la possibilità di cedere un bene che risulta antieconomico e troppo oneroso.

Questo è il principio affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza del 22 aprile 2014, n. 9090, da cui scaturisce l'insussistenza del diritto dei lavoratori ceduti di proseguire il rapporto di lavoro con l'azienda cedente.

Tanto richiedeva un gruppo di ex dipendenti di una nota società azienda operante nel campo dell'informatica in ragione della nullità - per violazione di specifiche norme imperative - dell'atto di conferimento del ramo d'azienda e del complesso negozio di vendita - per illiceità della causa, dei motivi e per frode alla legge -, con la conseguenza che non si era verificato né l'effetto traslativo della titolarità dell'azienda, né il conseguente effetto automatico del mutamento del datore di lavoro.

La Corte d'Appello, confermando la sentenza di primo grado, respingeva la domanda affermando che il diritto d'impresa, costituzionalmente garantito, è comprensivo del diritto di mutare l'attività imprenditoriale o l'oggetto, e che l'ordinamento appresta delle garanzie per i lavoratori, prevedendo non già un divieto di cessione, bensì solo un obbligo di previa comunicazione alle organizzazioni sindacali e di esame congiunto. Né assumeva rilevanza, ai fini della validità della cessione, la prognosi favorevole alla continuazione dell'attività produttiva e, di conseguenza, non gravava sul cedente l'onere di verificare le capacità e potenzialità imprenditoriali del cessionario.

I lavoratori ricorrevano per cassazione, riproponendo sostanzialmente i motivi di illegittimità già evidenziati, ma senza ottenere ragione.

La Suprema Corte ritiene corretta l'interpretazione resa dai giudici di appello quanto alla liceità della condotta di chi intenda spogliarsi di un bene fonte di pesanti oneri economici, in linea con la sentenza n. 10108/2006, pronunciata in vicenda analoga di cessione di ramo d'azienda poi fallito, secondo la quale "Invero il risultato proprio della cessione di azienda, di dismettere la veste di imprenditore e datore di lavoro, con le relative obbligazioni, non può in nessun caso considerarsi vietato dalle norme di garanzia dei lavoratori, atteso che l'applicazione di esse non dipende dall'esserne destinatario un soggetto, anziché un altro; mentre, neppure il motivo illecito (a prescindere dal mancato accertamento in concreto della comunanza ad entrambi i contraenti) è configurabile, ove si consideri che ragione determinante di un trasferimento di titolarità di beni ben può essere, del tutto lecitamente, proprio quella di addossare ad altri soggetti obbligazioni e oneri connessi".

La Corte sottolinea che la frode alla legge funziona come clausola generale di tipizzazione delle condotte tenute in violazione di norme imperative. Per mezzo di essa, e dunque a seguito del combinato disposto della norma imperativa speciale che pone il divieto e della norma imperativa generale che sanziona la frode (art. 1344 cod. civ.), sono tipizzate non solo le violazioni dirette del precetto imperativo, ma anche le elusioni, gli aggiramenti, le violazioni mediate e indirette, non apparenti e occulte del medesimo.

Ebbene, dal sistema di garanzie apprestato dalla L. n. 223 del 1991 non riesce possibile enucleare un precetto che vieti, ove siano già in atto situazioni che possano portare agli esiti regolati dalla legge, di cedere l'azienda, ovvero di cederla solo a condizione che non sussistano elementi tali da rendere inevitabili quegli esiti.

Un divieto di questo genere non è desumile neppure dall'esame di un più ampio spettro di norme.

L'evento della cessione di azienda - osserva la Corte - è certamente in grado di incidere fortemente sui diritti dei lavoratori, in particolare sull'occupazione. Il legislatore, con l'art. 2112 cod. civ. e con la L. n. 428 del 1990, art. 47, ha predisposto una serie di cautele, che vanno dalla previsione della responsabilità solidale del cedente con il cessionario, in relazione ai crediti maturati dai dipendenti, all'intervento delle organizzazioni sindacali.

Nondimeno, nessun limite, neppure implicito, è stato posto alla libertà dell'imprenditore di dismettere l'azienda che sia sanzionato con l'invalidità o inefficacia dell'atto, per cui è giuridicamente inconsistente la tesi della nullità di una cessione che, lungi dal tendere alla conservazione dell'azienda, si realizzi in condizioni e con modalità tali da renderne probabile la dissoluzione.

In altre parole, precisa la Cassazione, la validità della cessione non è condizionata alla prognosi favorevole alla continuazione dell'attività produttiva e, di conseguenza, all'onere del cedente di verificare le capacità e potenzialità imprenditoriali del cessionario.

Si tratta, del resto, di un diritto dell'imprenditore costituzionalmente garantito (art. 41 Cost.), non confliggente con altri diritti costituzionali, considerato che i principi generali di tutela della persona e del lavoro non si traducono nel diritto al mantenimento di un determinato posto di lavoro, dovendosi piuttosto riconoscere garanzia costituzionale al solo diritto di non subire un licenziamento arbitrario (Corte Cost. n. 390 del 1999, n. 56 del 2006).

La Cassazione replica anche alla censura riguardante la possibilità di ricondurre la fattispecie all'ipotesi di nullità per illiceità del motivo.

In proposito, la Corte osserva che la nozione di illiceità cui fa riferimento l'art. 1345 cod. civ., è quella stessa delineata dagli artt. 1343 e 1344, ai fini dell'illiceità della causa, per cui il motivo è illecito, e - se comune alle parti e decisivo per la stipulazione - determina la nullità del contratto, quando consiste in una finalità vietata dall'ordinamento, perché contraria a norma imperativa o ai principi dell'ordine pubblico o del buon costume, ovvero perché diretta ad eludere, mediante la stipulazione del contratto (di per sé lecito), una norma imperativa.

Nella fattispecie, per quanto già esposto non è possibile ritenere illecito il motivo, perseguito con un negozio traslativo, di addossare ad altri la titolarità di obblighi ed oneri conseguenti. Anche ammesso l'intento delle parti di recare pregiudizio ai lavoratori, non essendo riconducibile ad una di dette fattispecie, si esula comunque dalle ipotesi di illiceità del contratto, non rinvenendosi nell'ordinamento una norma che sancisca - come per il contratto in frode alla legge - l'invalidità del contratto in frode ai terzi ai quali l'ordinamento appresta, invece, in determinate ipotesi, altri rimedi, anche risarcitori, a tutela dei loro diritti (Cass. n. 10108/2006 cit. e Cass. n. 6969/2013).

La sentenza in rassegna consente di evidenziare che la pronuncia da ultimo richiamata (Cass. n. 6969/2013), con analoga motivazione, ha respinto la domanda di una lavoratrice che rivendicava la simulazione della cessione di ramo di azienda, attuata, a suo dire, al solo scopo di consentire al gruppo societario di licenziare dipendenti non graditi e confermata dalla circostanza che l'azienda cessionaria non aveva più operato.

Allo stesso modo, la Suprema Corte ha ritenuto che non fosse stata attuata in frode alla disciplina della legge sui licenziamenti collettivi (legge n. 223/1991, art. 24) la cessione del ramo di azienda ad una società che aveva un capitale assai modesto, che non svolgeva alcuna attività di impresa e che era stata dichiarata fallita appena trascorso l'anno concordato dalla cedente con i sindacati in ordine alla garanzia di mantenimento dei rapporti di lavoro (Cass. n. 10108/2006).

About the Author

studio-acerbi

Leave a Comment