Risarcimento del danno subito a causa della nocività dell’ambiente di lavoro

Ai fini dell'accertamento della responsabilità del datore di lavoro, ex art. 2087 cod. civ., al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, incombe l'onere di provare l'esistenza di tale danno, la nocività dell'ambiente di lavoro ed il nesso causale fra questi due elementi, gravando invece sul datore di lavoro l'onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 18 giugno 2014, n. 13860, non si discosta dal costante orientamento in materia di risarcimento del danno per violazione dell'art. 2087 cod. civ., anche se, nella fattispecie, la domanda del lavoratore è stata disattesa.

Un dipendente, ormai in pensione, di una Cassa di Risparmio lamentava il comportamento persecutorio, protrattosi per diversi anni, posto in essere a suo danno dal datore di lavoro per il tramite di propri funzionari e consistito in ingiustificati trasferimenti, mutamenti di mansioni, riduzione della retribuzione, ingiurie, note di qualifica inferiori a quelle sempre ottenute e comportamenti vessatori.

Il ricorrente asseriva di essere caduto in depressione per effetto di tali comportamenti e di essersi ammalato manifestando i sintomi delle malattie che sarebbero successivamente divenute permanenti. Tale situazione era perdurata finché, per il cambio di vertici nella filiale, era stato destinato ad un incarico confacente alla professionalità acquisita. Tuttavia il lungo periodo di stress e la tensione psico-fisica avevano comportato l'insorgere di una cardiopatia ischemica culminata con un'operazione di by pass, associata a psoriasi e problemi psichici. Chiedeva, quindi, per tali motivi la condanna Cassa di Risparmio al risarcimento del danno sotto il profilo del danno da demansionamento e perdita di chances, biologico ed esistenziale.

Il Tribunale respingeva ogni domanda sulla base di una consulenza tecnica che aveva escluso la natura professionale delle patologie.

La Corte d'Appello confermava la sentenza di primo grado, per cui il lavoratore proponeva ricorso per cassazione, sostenendo - per la parte che maggiormente interessa - che la motivazione della sentenza impugnata era carente per aver subordinato il diritto al risarcimento del danno alla dimostrazione dell'origine professionale delle denunciate patologie. In sostanza, secondo il disposto dell'art. 2087 cod. civ. l'onere di provare l'assenza di nesso causale incomberebbe al datore di lavoro.

La Corte respinge il ricorso.

La Cassazione, in ordine alla interpretazione del ricorrente circa la distribuzione dell'onere probatorio, afferma che essa contraddice il principio (affermato, tra le altre, già da Cass. n. 3786/2009) secondo il quale, ai fini dell'accertamento della responsabilità del datore di lavoro, ex art. 2087 cod. civ. - la quale non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva - al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, incombe l'onere di provare l'esistenza di tale danno, la nocività dell'ambiente di lavoro ed il nesso causale fra questi due elementi, gravando invece sul datore di lavoro, una volta che il lavoratore abbia provato le suddette circostanze, l'onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

Inoltre, la Suprema Corte afferma che l'assegnazione del lavoratore subordinato a mansioni inferiori a quelle spettanti (art. 2103 cod. civ.) ben può, se protratta, produrre un danno da perdita di capacità professionale, e quindi di possibilità di carriera e capacità di guadagno, e può di conseguenza fondare un diritto al risarcimento del danno, anche a distanza di tempo dal momento in cui è stata disposta.

Tuttavia, il lavoratore che, negando la prescrizione del diritto, agisca per il risarcimento, deve indicare le specifiche conoscenze e attitudini professionali perdute, il nesso di causalità con l'atto di dimensionamento (anche in relazione al tempo trascorso tra questo e il danno) ed i parametri per calcolare il danno.

In particolare, specifica la Corte, non soddisfa questi requisiti il ricorso che - come nella fattispecie - si limiti a parlare di "trasferimento-demansionamento", di "alta probabilità di divenire funzionario", di "danno pensionistico" e di "danno riversatosi sul t.f.r." da determinarsi in via equitativa, e lamenti la mancata pronuncia su ogni danno che non sia il danno biologico, senza le necessarie, più dettagliate precisazioni.

Il principio di diritto applicato nella sentenza in commento, riguardante la ripartizione dell'onere probatorio nei casi di responsabilità del datore di lavoro di cui all'art. 2087 cod. civ., è stato più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità.

Nel limitarci ad una recente pronuncia (Cass. n. 17585/2013), riguardante la fattispecie di un dipendente di una banca che richiedeva il risarcimento dei danni derivati dalle continue rapine verificatesi nella filiale cui apparteneva, la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza della Corte di Appello che aveva respinto la domanda del lavoratore, con la seguente motivazione, che appare utile riportare per intero:

"l'obbligo di sicurezza, posto a carico del datore di lavoro in favore del lavoratore, è previsto in generale, con carattere atipico e residuale, dall'art. 2087 cod. civ., e che la responsabilità del datore di lavoro ex dall'art. 2087 cod. civ. di carattere contrattuale, atteso che il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, ai sensi dell'art. 1374 cod. civ., dalla disposizione che impone l'obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale, con la conseguenza che il riparto degli oneri probatori nella domanda di danno da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini dell'art. 1218 cod. civ., circa l'inadempimento delle obbligazioni, da ciò discendendo che il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro deve allegare e provare l'esistenza dell'obbligazione lavorativa, l'esistenza del danno ed il nesso causale tra quest'ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all'obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

E' stato altresì precisato (cfr. ex multis Cass. n. 9856/2002) che incombe al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure la nocività dell'ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l'uno e l'altro, senza che occorra anche la indicazione delle norme antinfortunistiche violate o delle misure non adottate, mentre, quando il lavoratore abbia provato quelle circostanze, grava sul datore di lavoro l'onere di provare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

In altre parole, come questa Corte ha già efficacemente precisato (cfr. Cass. n. 21590/2008), la regola sovrana in questa materia, desumibile dall'art. 1218 cod. civ., è che il creditore che agisca per il risarcimento del danno deve provare tre elementi: la fonte (negoziale o legale) del suo diritto, il danno e la sua riconducibilità al titolo dell'obbligazione; a tale scopo egli può limitarsi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre è il debitore convenuto ad essere gravato dell'onere di provare il proprio adempimento, o che l'inadempimento è dovuto a causa a lui non imputabile (cfr. ex multis Cass. Sez. unite n. 13533/2001)".

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