Work for Equity: perché il nostro no!

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Il concetto di work for equity è solitamente utilizzato per indicare quelle situazioni in cui il lavoro che è stato o sarà prestato a favore di una società è remunerato mediante l’assegnazione di quote, azioni, strumenti finanziari partecipativi o diritti aventi ad oggetto l’acquisizione degli stessi. Tale concetto era già noto nel nostro ordinamento prima ancora che entrassero in vigore le norme sulle startup innovative.

Il legislatore aveva già previsto la possibilità per le società per azioni (“SPA”) di emettere azioni e strumenti finanziari a favore di prestatori di lavoro dipendenti, di soci o terzi anche a seguito dell’apporto di opera o servizi, nonché di compensare gli amministratori con partecipazioni agli utili o con l’attribuzione di diritti di opzione su azioni di futura emissione.

Per le società a responsabilità limitata (“SRL”) mancavano delle norme ad hoc come per le SPA, ma era ed è possibile, previa disposizione statutaria, offrire, in sede di aumento del capitale, quote di nuova emissione a terzi, intendendo per terzi sia soci, che dipendenti che terzi prestatori d’opera e servizi. Inoltre, è sempre stato possibile per i sottoscrittori di quote di nuova emissione conferire opere o servizi, purché fossero prestate specifiche garanzie.

Ciò detto, le novità riguardano le società qualificabili come startup innovative a favore delle quali sono state previste alcune deroghe alla disciplina ordinaria delle SRL, nonché taluni benefici fiscali e contributivi.

Più precisamente, le SRL che sono qualificate come startup innovative possono, in deroga alla normativa vigente, emettere strumenti finanziari partecipativi a favore di soci o terzi e possono acquistare quote proprie da assegnare a dipendenti, collaboratori, amministratori o prestatori di opera e servizi purché in attuazione di piani di incentivazione. Entrambe tali attività sono precluse alle SRL che non sono startup innovative.

Il reddito di lavoro derivante dall’assegnazione di diritti d’opzione o strumenti finanziari o ogni altro diritto, che preveda l’attribuzione di strumenti finanziari o diritti similari, ad amministratori, dipendenti o collaboratori continuativi di startup innovative non è soggetto ad alcuna imposizione fiscale o contributiva, purché siano rispettate talune condizioni. Infine, le azioni, quote o gli strumenti finanziari partecipativi assegnati a terzi per le opere o servizi da questi eseguiti a favore di una startup innovativa non concorrono alla formazione del reddito complessivo del soggetto assegnatario.

La logica di tali misure è quella di incentivare e fidelizzare i lavoratori dipendenti, i collaboratori, nonché gli amministratori delle startup innovative stabilendo l’irrilevanza fiscale e contributiva degli strumenti finanziari ad essi assegnati, ovvero dell’esercizio dei diritti di opzione aventi ad oggetto detti strumenti finanziari, che altrimenti costituirebbero reddito di lavoro. In questo modo, dovrebbe essere incrementato e facilitato l’utilizzo del work for equity da parte delle startup innovative. Tuttavia, non mi sembra che il legislatore abbia fornito gli strumenti adeguati per raggiungere tale scopo.

Innanzitutto, la normativa sulle startup innovative su tali punti risulta piuttosto lacunosa e ci si chiede se il vuoto normativo debba essere colmato facendo riferimento per analogia alla normativa vigente in tema di SPA sia per gli strumenti finanziari che per l’acquisto di azioni proprie. Inoltre, l’implementazione di tali novità comporterebbe l’espletamento di una serie di formalità e la previsione di costi che di fatto hanno finora scoraggiato le startup innovative ad avvalersi di tali disposizioni, nonostante i prospettati benefici fiscali e contributivi.

Il quadro normativo

L’art. 27, c. 1, 2 e 3 del Decreto Crescita 2.0 (D.l. 18.10.2012, n. 179) prevede che il reddito di lavoro dipendente derivante dall’assegnazione da parte di start-up, incubatori certificati e società direttamente controllate dagli stessi, di strumenti finanziari ad amministratori, dipendenti e collaboratori continuativi in esecuzione di piani di incentivazione è esente dalle imposte dirette e dagli obblighi contributivi, a condizione che tali strumenti finanziari:

a) siano emessi dalle start-up con cui i soggetti intrattengono un rapporto di lavoro oppure da società direttamente controllate da una start-up;

b) non siano ceduti dalla start-up emittente o da altri soggetti appartenenti al medesimo gruppo (per tali intendendosi i soggetti che direttamente controllano o sono controllati dallo stesso soggetto che controlla la start-up/l’incubatore emittente); in caso contrario, il reddito di lavoro esentato da imposta fino a quel momento verrà ripreso a tassazione nel periodo in cui avviene la cessione.

L’esenzione si applica soltanto alle assegnazioni ed all’esercizio dei diritti effettuati successivamente al 19.12.2012 e si estende al solo periodo start-up (quattro anni dalla costituzione della società).

Tuttavia, la plusvalenza derivante da cessione a titolo oneroso di tali strumenti finanziari è tassata secondo le regole ordinarie, cioè in base alla natura del cedente.

Sono altresì esclusi dalla disciplina in parola i piani che prevedono l’attribuzione di una somma di denaro, anche quando sia commisurata al valore delle azioni del soggetto emittente.

Per strumenti finanziari si intendono azioni, quote, strumenti finanziari partecipativi, esercizio del diritto di opzione per l’acquisto di strumenti finanziari o altri diritti similari, purché siano provvisti di diritti patrimoniali (escluso, ovviamente, il diritto agli utili durante il periodo start-up) e di diritti amministrativi (escluso il diritto di voto nell’assemblea dei soci delle s.r.l.). La prima, rilevante deroga alla disciplina generale di questo tipo di strumenti è la possibilità di prevedere il piano anche nei confronti di alcuni soggetti, e non della generalità dei dipendenti, condizione invece necessaria per chi non può beneficiare del regime agevolato.

La Circolare dell’Agenzia delle Entrate 11.06.2014 n. 16/E ha fornito diversi chiarimenti interpretativi che si erano resi necessari fin dalle prime applicazioni del Decreto. Tra gli altri, è stato precisato che tra i soggetti beneficiari possono rientrare solamente i collaboratori continuativi, e non quelli meramente occasionali, il cui reddito rientra nell’ambito dei redditi diversi.

Aspetti pratici

Mettere a punto uno strumento di work for equity può essere molto complesso, e ciò sia per le valutazioni strategiche preliminari sia per gli aspetti giuridici che occorre tenere in considerazione, insieme ai costi connessi.

Per l’attribuzione dei vari tipi di strumenti finanziari che è possibile assegnare ai dipendenti, amministratori e collaboratori, soprattutto nel caso in cui vi sia un numero elevato di beneficiari, è necessario che i termini e le condizioni di emissione siano disciplinati da un accordo o un regolamento. In esso, la società dovrà indicare tutti gli elementi necessari che rendano facilmente individuabili i casi e il momento in cui le azioni, quote o strumenti dovranno essere assegnati.

E’ bene indicare in modo chiaro quali sono gli obiettivi individuali o collettivi da raggiungere al fine di far maturare il diritto all’assegnazione dello strumento finanziario.

L’aspetto temporale può assumere spesso grande importanza. Infatti, è possibile prevedere che i beneficiari siano solamente coloro i quali intrattengano un rapporto di lavoro per un periodo di tempo prestabilito, in modo da incentivare i dipendenti a creare un legame solido con la società. Inoltre, è possibile che dal regolamento scaturisca l’obbligo per chi riceve gli strumenti o le quote di non poterle cedere entro una certa data.

Per quanto riguarda l’assegnazione di azioni o quote, le start-up innovative possono prevedere due modalità che necessitano di una delibera dell’assemblea straordinaria. Nel caso di attribuzione a titolo gratuito ciò sarà possibile nei limiti degli utili distribuibili, comportando un aumento di capitale a titolo gratuito.

L’alternativa è offrire le azioni o le quote in sottoscrizione ai lavoratori dipendenti, dando luogo a un aumento di capitale a titolo oneroso.

Anche l’assegnazione di strumenti finanziari dovrà essere deliberata dall’assemblea straordinaria, oltre che prevista dallo Statuto della start-up o dell’incubatore certificato.

In ultima analisi, non dimentichiamoci che se si utilizza tale complesso strumento si allarga la base societaria diluendo il capitale, ad adiuvandum di quanto sopra, giova ricordare altresì che non è uno strumento che può essere utilizzato a tempo indeterminato, non solo per quanto riguarda i limiti di legge (il periodo di start-up) ma anche poiché, il controvalore, deve essere sufficiente a coprire il costo del lavoro effettivamente svolto rispettando i minimi richiesti dal CCNL.

Conclusioni

Tutto ciò premesso (costi elevati e non proporzionati ai benefici, lacune e limiti di legge, allargamento della base sociale) per poter non consigliare l’utilizzo di tale forma di remunerazione.

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