in Modalità di lavoro

L’inquadramento è quel procedimento concettuale che sulla base di “categoria”, “qualifica” e “mansione”, richiamanti principi di tipicità sociale più che giuridica, consente alle principali fonti del diritto del lavoro (legge e contratto collettivo) di classificare, quindi “inquadrare”, il personale dipendente, e, soprattutto il diverso trattamento economico e normativo ad esso applicabile, a seconda del ruolo ricoperto nell’organizzazione del lavoro dell’impresa.

L’inquadramento attiene direttamente a quella che è la prestazione di lavoro, quindi l’oggetto della principale obbligazione del lavoratore nell’ambito del contratto di lavoro ex art. 2094 c.c.

In estrema sintesi, i compiti concreti del lavoratore, fissati in termini di mansioni regolate legislativamente dall’art. 2103 c.c., vengono di solito riportati ad espressioni riassuntive, rappresentate dalle qualifiche (ad es. operaio specializzato, elettricista, capo contabile, etc.), dopo di che si procede alla vera e propria operazione di inquadramento, che si sviluppa su due livelli: legge e contratto collettivo.
Le categorie costituiscono, invece, l’apice dell’inquadramento, quindi il criterio più ampio di classificazione, tale da inglobare al proprio interno i due “sotto-insiemi” delle mansioni e delle qualifiche.

La necessità di effettuare dette distinzioni e dette classificazioni tra il personale dipendente presente all’interno dell’organizzazione d’impresa, deriva fondamentalmente dalla necessità di commisurare il trattamento spettante a ciascun lavoratore all’apporto del medesimo in termini qualitativi, secondo le linee segnate dal principio di corrispettività di cui all’art. 36 Costituzione.
In sostanza, dunque, l’inquadramento esprime il diverso “valore” di ciascuna prestazione di lavoro.

Inquadramento legale

Il primo livello di inquadramento è dunque quello di tipo legale, effettuato cioè direttamente dalla legge. La disposizione in questione è rappresentata dall’art. 2095 c.c., il quale si occupa direttamente di categorie, individuandone quattro:

  • dirigenti,
  • quadri,
  • impiegati,
  • operai.

L’art. 2095 c.c. non definisce però tali categorie, rinviando direttamente ad una legge speciale e ai contratti collettivi il compito di determinare i requisiti di esse, in relazione a ciascun ramo di produzione e alla particolare struttura dell’impresa. E’ dunque in leggi speciali e nella contrattazione collettiva che bisogna trovare il significato delle espressioni: dirigenti, quadri, impiegati, operai.

Inquadramento contrattuale

Il contratto collettivo assolve la funzione di classificazione del personale attraverso un sistema di inquadramento finalizzato a classificare i lavoratori, a seconda dei ruoli professionali, in sette o otto livelli.
Gli unici contratti che prevedono meno livelli sono il CCNL per il settore bancario o il CCNL dei comparti pubblici, in tre o quattro aree professionali.

Di ciascun livello viene offerta una declaratoria generale, nel cui ambito si colloca, in primo luogo, l’indicazione esemplificativa di qualifiche professionali, che costituiscono un’espressione sintetica dell’insieme di mansioni riconducibili ad un ruolo (ad es. elettricista).; in secondo luogo, l’elencazione in dettaglio delle attività lavorative riconducibili a quella qualifica e, a monte, a quella declaratoria.
Attraverso questo sistema si è in grado di attribuire al lavoratore un certo livello di inquadramento e quindi un corrispondente trattamento retributivo.

La giurisprudenza, a proposito dell’inquadramento contrattuale, ha affermato un principio oramai unanime (Cass. n. 12632/2003) in base al quale il criterio di individuazione delle qualifiche e di collegamento ad esse dei compiti espletati dai lavoratori è “insindacabile” da parte del giudice, il quale, dunque, non potrà mai valutare l’opportunità e l’adeguatezza di una certa declaratoria.
Il giudice deve prendere come opportuna e adeguata tale declaratoria e utilizzare essa solo come un parametro oggettivo per valutare se vi è stata una violazione dell’art. 2103 c.c. .

La giurisprudenza ha poi affermato che il procedimento di valutazione delle mansioni ai fini del corretto inquadramento del lavoratore è di carattere “sussuntivo”.

Tale procedimento ha ad oggetto la ricognizione delle mansioni effettivamente svolte, dovendosi escludere che possa rilevare, ai fini dell’acquisizione della qualifica superiore, la circostanza che ad altri lavoratori, nelle medesime condizioni sia riconosciuto l’inquadramento superiore (Cass. 8064/2004).

Ben può il datore di lavoro riconoscere a un certo dipendente un inquadramento superiore rispetto alla mansioni svolte, a titolo “convenzionale”, al solo scopo di assicurargli un trattamento economico-normativo più favorevole.

0